Di Paolo Mathlouthi
I lettori certamente mi rimprovereranno asserendo, non senza una buona dose di ragione, che è inappropriato parlare di se stessi quando si recensisce un libro altrui. Tuttavia, sfogliando quello strabiliante florilegio di esistenze eccentriche che è Viaggiatori straordinari, pubblicato da Marco Valle per i tipi della casa editrice vicentina Neri Pozza all’inizio dell’anno appena trascorso, mi sono imbattuto con piacevole sorpresa in un episodio, a me finora ignoto, che s’intreccia per vie sotterranee con le mie ricerche.

Nel 1879 Tommaso di Savoia, membro cadetto della Real Casa, ha guidato una spedizione diplomatica e commerciale che, salpata da Venezia alla volta di Singapore, Hong Kong e Shangai, avrebbe dovuto, nelle intenzioni del governo italiano, stabilire nell’isola di Formosa, antico possedimento della Compagnia delle Indie Olandesi oggi noto come Taiwan, una testa di ponte in vista di una successiva acquisizione coloniale. Progetto poi naufragato in seguito all’entrata in scena del Giappone che ne ha rivendicato il controllo.
Chi mi conosce di persona sa che, fidando nel sostegno paziente di un amico editore, aduso ad assecondare i miei umori mercuriali, coltivo ormai da molti anni con luciferina ostinazione il vezzo di esplorare il vasto campo di memorie della letteratura del Novecento al fine di strappare all’oblio testi dimenticati e riportarli alla luce, offrendo loro una seconda occasione. Nello svolgere questa ipogea attività di archeologia letteraria, mi è capitato tra le mani il diario di un viaggio a Taiwan, redatto alla fine degli anni Cinquanta da un personaggio che di sicuro non avrebbe sfigurato nella Wunderkammer regalataci da Marco Valle.
Scrittore itinerante celebre per le sue prose di viaggio tra Norvegia, Finlandia e Russia pubblicate negli anni Trenta sulle colonne del quotidiano torinese “La Stampa” e poi riunite nel volume Grande Nord. Oltre l’estrema Thule (riproposto da Iduna nel 2021), Felice Bellotti, classe 1909, un quarto di nobiltà nel sangue per via materna e un ingombrante passato di volontario nelle SS alle spalle, nel 1956 accetta l’invito dell’editore Cino Del Duca a recarsi a Taiwan come corrispondente per conto della rivista “Tempi”, edizione italiana dell’americana “Life”. Ne nasce un reportage in presa diretta da questo dimenticato lembo d’Oriente, refugium peccatorum di un esercito di sconfitti, che all’epoca è il solo governo cinese considerato legittimo dalla comunità internazionale, visto che la Repubblica Popolare sarà riconosciuta ufficialmente solo all’indomani dello storico incontro tra Richard Nixon e Mao Zedong avvenuto a Pechino nel febbraio del 1972.

Un diario ricco di annotazioni antropologiche e spunti letterari, che torna oggi in libreria, sempre nella scuderia Iduna, in un momento in cui “l’sola dai due volti” è al centro della contesa tra Stati Uniti e Cina per il controllo delle rotte del Pacifico, nell’ambito dei mutati assetti geostrategici innescati dalla guerra in Ucraina. Due episodi diversi, due esistenze distanti l’una dall’altra più di un secolo e tuttavia accomunate nel perpetrare, immutata nel tempo, una certa idea dell’Altrove e dell’uomo deputato a scandagliarne i confini.
È triestino Marco Valle, quindi uomo di frontiera. Come altri suoi illustri conterranei – Paolo Rumiz e Claudio Magris, tanto per intenderci – è consapevole, per aver sperimentato sulla propria pelle la precarietà del vagabondare, che le frontiere sono flessibili, provvisorie e periture, al pari di chi le attraversa. Superare confini, questa è in definitiva l’essenza omerica dell’esplorazione, andare incontro all’ignoto e scoprire che ciò che ci appare oltre la linea dell’orizzonte non è in realtà molto diverso da quanto ci si è lasciati alle spalle: ogni viaggio ha in sé questa ambivalenza e solo quando è vissuto con una simile disposizione d’animo i luoghi assumono la fisionomia di tappe e dimore lungo il cammino della vita, soste fugaci e radici che, stranieri tra gente sconosciuta, ci consentono comunque di sentirci a casa.

Paul Morand, globetrotter di razza che prima e meglio di altri ha assaporato in prima persona l’ossessiva tirannia che affligge il pellegrino dedicandole pagine straordinarie, osserva che spesso chi decide di avventurarsi oltre la soglia lo fa per sfuggire ai propri demoni, per distanziare le ombre della propria anima, nella speranza di seminare lungo il percorso il doppio che alberga in lui e lo consuma. Esiste tuttavia una ristretta ma coriacea tipologia d’individui, la stessa alla quale appartengono Giovanni Battista Cerruti, Giacomo Bove, Giovanni Miani, Pietro Savorgnan di Brazzà e i tanti eroi che rivivono in queste pagine, i quali, consumati da un’aerea febbre di vento, riescono ad esorcizzare l’assillo della morte solo correndole incontro, spingendo al limite la volontà di vivere e di agire alla ribalta, come personaggi di un dramma.
Altri se ne potrebbero citare, a dire il vero che, forse per amor di brevità, nel libro non sono menzionati: penso a Mario Appelius, Luigi Barzini, Gino Cucchetti, Paolo Zappa, Curzio Malaparte. Capitani di ventura o gentiluomini di fortuna, comunque li si voglia chiamare, non è certo la morte come “trapasso” che li ossessiona, giacché essa è un contrattempo, un fatto privato al quale non tributano nessuna importanza. A popolare di incubi il loro sonno è piuttosto la struggente percezione della decadenza, il timore di non riuscire a sottrarsi alla mediocrità, di essere costretti a prendere commiato dal mondo senza aver inciso una cicatrice sulla terra, come avrebbe detto André Malraux. In questi rari casi, il viaggio assume le dimensioni di un’impresa ciclopica, si fa succedaneo dell’azione. Il solo che ci sia concesso nella Modernità.