L’Amore che abbiamo smesso di narrare
L’Amore che abbiamo smesso di narrare

L’Amore che abbiamo smesso di narrare

Di Vincenzo Pellegrino

Esiste ancora un modo di raccontare l’amore che non lo confonde con la conquista, e che l’Occidente sembra aver disimparato del tutto. Sopravvive, quasi intatto, in una parte consistente della narrativa sentimentale giapponese pensata per gli adolescenti, quella che intreccia il sentimento allo sport, alla musica, alla scuola, al silenzio delle aule vuote dopo la campanella. Non parlo di un titolo preciso, né di un autore in particolare, ma di una costante che attraversa decenni di quel genere di racconto: trattare l’amore come esitazione più che come conquista, come pazienza più che come possesso, come cura più che come rivendicazione. Vorrei metterla accanto, senza troppa pietà, a ciò che negli stessi anni è diventato il modo dominante di raccontare l’amore in Occidente, un filone costruito apposta per la viralità dei social, che promette l’amore e restituisce quasi sempre soltanto la sua caricatura, tossica, possessiva, esteticamente brutta. Da tempo volevo scriverlo: quelle narrazioni giapponesi trattano il sentimento nell’unico modo che, a mio parere, meriti davvero questo nome. Da noi si è affermata un’idea di amore ridotta a una meccanica di dominio e di corpo, che considero non solo sbagliata ma brutta nel senso più letterale della parola, priva della grazia che rende un sentimento degno di essere raccontato. Vale la pena mettere le due cose fianco a fianco, non per condannare dall’alto quanto per capire che cosa esattamente abbiamo smesso di narrare quando abbiamo smesso di narrare così.

In quelle storie l’amore non si prende, si costruisce, spesso fallendo, quasi sempre arrivando tardi rispetto al momento in cui il lettore avrebbe voluto vederlo dichiarato, e proprio in quel ritardo si nasconde l’idea più radicale che questo genere di narrazioni custodisce ancora, cioè che l’altro non è un oggetto da raggiungere ma una libertà da rispettare, e che amare significhi imparare a stare accanto a quella libertà senza volerla piegare. È un’idea semplice, quasi ovvia detta così, eppure quasi nessuno, tra chi scrive oggi storie d’amore per un pubblico occidentale, sembra più disposto a scommetterci.

Eppure basta seguire con costanza questo tipo di racconto per accorgersi che il tempo, lì dentro, ha un peso diverso da quello a cui la narrativa sentimentale occidentale ci ha abituato. Una dichiarazione d’amore può richiedere centinaia di capitoli per maturare. E quando arriva, non risolve nulla: apre semmai la parte più difficile della storia, quella in cui i due protagonisti devono imparare a restare quello che erano prima di innamorarsi, cioè due persone con ambizioni proprie, sconfitte proprie, un corpo che suda, si stanca, talvolta perde. Chi si allena ogni giorno per una disciplina che gli appartiene non lo fa per meritarsi l’amore dell’altro, la narrazione è quasi sempre scrupolosa nel non concedere questo scambio, e proprio questa indipendenza reciproca, il fatto che ciascuno resti fedele a un proprio percorso che l’altro non potrà mai possedere, è ciò che rende la relazione possibile senza farla scivolare nel possesso.

Lo stesso accade, con altri strumenti, nelle storie costruite attorno alla musica, dove l’amore si intreccia al lutto, alla malattia, all’impossibilità di dire le cose fino in fondo, e dove il gesto più intenso non è quasi mai il bacio ma l’atto di suonare per qualcuno che presto non potrà più ascoltare, un gesto che sposta il centro dell’amore dal possesso del corpo dell’altro alla cura della sua memoria. E ancora, nelle commedie sentimentali più dimesse, quelle costruite attorno a un’amicizia che matura lentamente in qualcos’altro, l’amore si allontana da ogni fantasia di eccezionalità: il protagonista non sceglie la persona più bella o la più popolare, sceglie quella che gli somiglia nell’imbarazzo e nell’ordinarietà, ed è proprio questa rinuncia alla favola del prescelto a rendere credibile ciò che poi accade tra loro. In tutte queste varianti il fallimento non è un ostacolo da rimuovere prima della felicità, è la materia stessa di cui l’amore è fatto.

Questa pazienza non è mai stata un’esclusiva giapponese, e proprio per questo la sua scomparsa dall’immaginario occidentale pesa di più. Il romanzo realista ottocentesco costruiva le sue eroine e i suoi eroi attraverso centinaia di pagine di fraintendimenti, lettere non spedite, giudizi corretti troppo tardi, e il matrimonio, quando arrivava, era il punto d’arrivo di un lento riconoscimento reciproco, non la conquista di un corpo desiderato al primo incontro. Sapevamo farlo. Abbiamo smesso, e quello che ha preso il posto di quella pazienza è, a mio giudizio, molto peggio di una semplice perdita d’innocenza.

Quello che è accaduto in questi stessi anni al romanzo sentimentale occidentale racconta infatti una traiettoria esattamente opposta a quella giapponese, ed è qui che il confronto diventa, per me, impietoso. Il romantasy, la fusione di fantasy e romance che ha conquistato gli scaffali e gli algoritmi a partire dai social dedicati ai libri, non è affatto un fenomeno di nicchia: a quanto risulta dalle analisi di settore, le sue vendite sono cresciute in modo vistoso negli ultimi anni, e la sua componente più cupa, quella che si chiama dark romance, si è spostata dalla nicchia al mainstream a scapito proprio dei sottogeneri più lievi che un tempo occupavano lo stesso spazio. Lì l’amore si costruisce nell’attesa, qui si dichiara posseduto fin dal primo capitolo. Lì il corpo dell’altro resta un mistero da rispettare, qui viene rivendicato, marchiato, esibito in copertina prima ancora che il lettore sappia il nome del personaggio. Lì la gelosia è quasi sempre un errore da correggere, qui viene spacciata per la prova più autentica della passione. Il partner ideale del romantasy non riconosce la libertà di chi ama, la reclama, attraverso il lessico ricorrente del destino e dell’appartenenza reciproca obbligata, e la dimensione sessuale, esibita fin dalle prime pagine, sostituisce piuttosto che accompagnare la costruzione lenta del legame che, nell’altro modo di raccontare l’amore, è invece tutto. È una lettura di parte, lo so, ed esistono autrici che dentro lo stesso filone scrivono con uno spessore letterario superiore alla media del genere. Ma la parte più venduta, più discussa, quella che definisce il romantasy agli occhi di chi non lo frequenta, tratta il possesso come sinonimo di passione, ed è proprio questo, a mio avviso, il segno di un imbarbarimento del modo in cui immaginiamo l’amore, non un dettaglio di costume da relegare ai margini della discussione.

Perché è successo, allora? C’è una ragione che riguarda il tempo della lettura più del contenuto delle storie, ed è lì, credo, che va cercato il motivo per cui quella pazienza ottocentesca non ha smesso di esistere ma ha smesso di vendere. Un racconto seriale che si affida alla fedeltà accumulata capitolo dopo capitolo, per anni, può permettersi l’attesa. Un romanzo pensato per un’economia dell’attenzione scandita da video di pochi secondi no: ciò che convince all’acquisto è la battuta isolabile, la scena che si presta al montaggio, l’intensità immediatamente citabile, e questa pressione plasma la scrittura verso il picco emotivo costante, verso relazioni che devono dichiararsi possessive fin dal primo incontro perché la lentezza, in quel formato, semplicemente non converte. Non è un caso che la crescita del genere sia stata trainata proprio dalle piattaforme dove un contenuto vive quanto dura uno scorrimento di schermo, e che un’intera generazione di lettrici rischi di imparare a riconoscere nell’intensità immediata la prova dell’amore vero, quando è quasi sempre il suo contrario.

Non credo che la soluzione sia importare in Occidente le storie di adolescenti giapponesi che si allenano, che suonano, che si scoprono innamorati di chi siede loro accanto in classe da anni. Sarebbe un gesto tanto ingenuo quanto inutile. Credo però che dovremmo avere il coraggio di dire che una parte cospicua della nostra narrativa sentimentale è, oggi, brutta, non solo discutibile nel merito ma povera come scrittura, incapace di immaginare un legame che non passi per il dominio di un corpo sull’altro. Se quel modo di raccontare, quello che il possesso lo rifiuta invece di venderlo, riesce ancora, dopo tante pagine e tante stagioni, a commuovere lettori adulti in tutto il mondo con la sola immagine di due persone che restano libere l’una dall’altra pur scegliendo di restare vicine, forse è lì, e non nelle classifiche dei libri più venduti, che dovremmo tornare a cercare che cosa significhi davvero raccontare, e vivere, l’amore.